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lunedì 9 gennaio 2017

Una nuova alleanza tra scuola e famiglia

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Nel post precedente ("Non cercare gatti neri in una stanza buia") abbiamo cercato di fare un po' di chiarezza attorno alle modalità che caratterizzano il nostro intervento, palesandone la sostanziale distanza rispetto agli orientamenti più psico-centrati. 

Beninteso, non è nostra intenzione demonizzare la psicologia, ma riflettere sul suo utilizzo esacerbato che, come bene dice il sociologo Frank Furedi ("Il nuovo conformismo. Troppa psicologia nella vita quotidiana") negli ultimi decenni ha visto quasi ogni aspetto della nostra vita finire sotto il microscopio degli psico-esperti, una vera e propria iperdiffusione di linguaggi e pratiche psico-qualcosa cui più nessuno sembra esente -e non necessariamente perché frequenti lo studio di qualche psicologo o affini, ma perché il nostro linguaggio si è imbastardito di termini che afferiscono a una cultura della psiche di cui, per altro, spesso si ignorano i fondamenti. 

E allora: ecco bambini “stressati” o a cui viene diagnosticato uno stato di depressione o trauma da non-so-che; mentre altri vengono marchiati da etichette delle più diverse psicopatie; oppure, tanto più in voga, un bel disturbo, che ormai non si nega quasi più a nessuno e ne esistono di così tanti tipi che è difficile non trovare quello che di adatta a qualsivoglia caso specifico.

Un esempio su tutti? I bambini un tempo vivaci, turbolenti, disattenti che, invece, oggi sono affetti da "disturbo da deficit dell’attenzione e iperattività", categoria che tutti rassicura e evita, altresì, la fatica di interrogarsi su una generazione che, nel pieno delle sue vulcaniche e telluriche energie, è costretta seduta per 8 ore scolastiche e poi di nuovo seduta davanti a Tv, Pc, Play Station e quant'altro; per non parlare degli effetti nefasti di un'alimentazione per lo più strabordante di zuccheri raffinati e povera di verdure e frutta -tanto da cominciare a pensare che quei bambini che vanno in escandescenza iperattiva siano in verità i più sani: ribelli a un mondo che li vuole zombizzare. 

Secondo Furedi l’affermarsi di questa cultura “terapeutica”, coincide con una radicale ridefinizione delle personalità, una sorta di lavaggio del cervello collettivo in cui si incoraggiano le persone a vedersi come impotenti, insicure, vulnerabili. 

A questa parossistica diffusione dell'uomo come soggetto fragile e vulnerabile, sempre in balia di sintomi che vanno etichettati, diagnosticati e terapeutizzati, noi prediligiamo una definizione dell'uomo  come soggetto carico di risorse, un soggetto capace di riflettere su di sé, di collaborare attivamente alla definizione dei “disagi” che lo attanagliano e di produrre quella conoscenza necessaria alla sua cura.

Un soggetto che va, dunque, aiutato, a uscire da qualsivoglia (pur rassicurante) definizione che lo interpreti e lo ingabbi, per accompagnarlo -invece- a compiere quel viaggio nel "conosci te stesso" che ha salvifiche e profonde radici nella storia dell'uomo -e tanto più, quanto più questo soggetto è debole, in crescita, in formazione.

Ma affinché questo accada, è necessario costituire una nuova alleanza tra scuola e famiglia, ognuna concentrata alla risoluzione delle problematiche emergenti nel contesto cui partecipano e disponibile all'incontro e al confronto, percependo l'altro non come parte del problema, ma quale agente funzionale: attori paritetici di un'equipe diffusa e concentrata che, anziché cercare l'ennesima diagnosi che tutti rassicura e solleva da ogni responsabilità, operi alla presa in carico del proprie responsabilità sul malessere del bambino o del ragazzo, con la volontà di mettere in discussione anzitutto se stessi.

Infatti, nella cocente battaglia tra inadeguatezza della scuola e inadeguatezza della famiglia, tanto più esasperata quanto più il problema del minore si fa manifesto, ciò che sembra tristemente vincere è proprio l'etichetta, la diagnosi quale triste mediatore simbolico che tutti appacifica e tutti deresponsabilizza, trasformando quelle molteplici questioni che (spesso) famiglia e scuola potrebbero risolvere, in una questione che, in quanto organica, appartiene esclusivamente allo studente.

Combattiamo ogni giorno affinché scuola e famiglia si sperimentino in una nuova alleanza, a favore dello studente, del bambino, del ragazzo e contro ogni tipo di etichettamento che ne svilisca le opportunità.

Questo non significa, ovviamente, che non sia necessario utilizzare gli strumenti attualmente a disposizione per fare diagnosi accurate e accedere, laddove è possibile, ad elementi di osservazione non altrimenti visibili, ma che la diagnosi non deve diventare (come invece sta purtroppo accadendo) una specie di antibiotico sociale, una falsa panacea che nasconde le questioni sotto il tappeto per non farci fare la fatica di affrontarle.

Sono ormai davvero troppe le difficoltà che le nuove generazioni esprimono e che il mondo adulto, anziché interrogarsi sulle proprie deficienze, risolve attribuendo deficienze, più o meno organiche, al minore.

Per questo il nostro approccio anzitutto si pone nell'ottica di non creare dipendenza, di non anestetizzare, ma opera affinché il soggetto in difficoltà si riconosca quale esperto di sé e impari a condividere il proprio sé con la comunità affettiva e educativa che lo circonda, consapevole che nessuno si salva da solo ma che, al contempo, nessuno si salva se imprigionato entro definizioni che divengono pregiudizi e, troppo spesso, generano profezie.


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