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sabato 14 aprile 2018

[ I FIGLI MERCE ALLA MERCE' DELLE MERCI ] 


Interno estate. Un’isola: Salina, Eolie. Un uomo, al telefono.

“Pronto… Sara? Ciao, sono Lorenzo, il papà di Daniele… Ti ricordi?... Senti, mi passi papà, per favore?”.
Silenzio. Presumiamo, ma non udiamo, una voce dall'altra parte del cavo. Infatti, dopo un attimo l’uomo riprende, perplesso: “Il micio?! Come fa il micio?... Il micio fa: miao miao,” ride, imbarazzato.
Ora scopriamo anche l’interlocutore, una bimba: “E come fa il grillo?” chiede.
“Eh, ma il grillo fa cri cri. Lo sai, no? Adesso passami papà.”.
Ma la bimba insiste: “Come fa la pecora?”.
“La pecora fa: beeee…”.
“E come fa...”.
“Sara, ti prego, passami il papà…”.
Niente, la bimba esige un’altra imitazione, allora l’uomo inizia a ragliare: “Iiiooo, iiiooo. L'asinello fa: iiiooo. Lo sai questo, no?”.

Poi, finalmente, una voce fuori campo ci svela l’arcano: “Da anni l’isola di Salina era dominata dai figli unici. Ogni famiglia aveva un figlio, un figlio solamente, a cui veniva affidato il comando della situazione. Ormai era praticamente impossibile comunicare per telefono, perché nelle case gli apparecchi venivano subito intercettati dai bambini che, per ore…”.
“Ciao sono Rosanna, mi passi la mamma o il papà. Ci sono?”.
“Mamma e papà sono in casa, però io adesso ti racconto una favola...”.

“Caro diario”, il regista Nanni Moretti sintetizza l’immagine di una condizione assolutamente nuova nel panorama dei rapporti tra educatori e educandi, in particolare per quel che concerne l’ambito famigliare, ma non solo. I figli, quei figli che, a partire dai movimenti studenteschi degli anni Sessanta hanno affermato la possibilità concreta e generalizzata di contestare e mettere in discussione l’autoritarismo del potere costituito; quei figli, ora diventati a loro volta genitori, si trovano, non certo senza colpe, a dover gestire un’inedita configurazione che, come nel più classico canovaccio d’ogni rivoluzione, sembra aver trasformato i perseguitati in persecutori.

Con questa mirabile sequenza, tratta dall'ironico e intelligente

Non è questo l’ambito per andare a dissotterrare le molteplici radici che danno e hanno dato linfa a questa inusitata condizione. Ci limiteremo, per quel che concerne il nostro discorrere, a registrarla, ben consci che la questione, come sempre, è ben più complessa della rigida separazione tra chi comanda e chi subisce e che il limitarsi ad osservare, in questa mutazione, la sola emergenza del minore quale nuovo detentore del potere, tratteggia una distorta semplificazione del concetto di potere stesso, come della lettura del reale.

La sola esistenza di progetti e interventi di prevenzione e informazione sull'abuso e il maltrattamento dei minori, proprio rivendicando l’esigenza di un lavoro in questa direzione, segnala l’ipocrisia di una tale credenza e rilancia, invece, la necessità di un’analisi più approfondita che, marcando l’esistenza e l’insistenza del fenomeno dell’abuso, non solo disvela la fragilità di questo presunto potere, ma ci invita, semmai, a riflettere su quanto tale potere possa essere anche il risultato di una mancanza: quella di un adulto che la cultura dominante vorrebbe educato alla gestione del dialogo e dell’autorevolezza con l’educando ma che, troppo spesso: o conosce solo l’imposizione violenta dell’autorità o, rifiutandola per omologazione culturale e non per consapevole interiorizzazione, fatica a gestire un potere non imperniato sulla prevaricazione e preferisce abbandonare il minore a quelle responsabilità che non sa dirimere. Così, letta da questa angolazione, il presunto potere del minore, altro non sarebbe, ancora una volta, che un abuso dell’adulto.

Cionondimeno: emblema del nuovo potere minorile o dell’ennesimo abuso dell’adulto, il fenomeno sussiste ed è paradigma di una reale trasformazione delle dinamiche famigliari. Insomma, il bambino della società capitalista post-moderna è un individuo in grado di esercitare un potere coercitivo sull'immediata cerchia dei suoi interlocutori più affettivamente interessati. A questo bambino, l’adulto di riferimento, soprattutto quando ricopre il ruolo di genitore o affine (nonni, zii, etc,), fatica a negare la soddisfazione anche delle richieste più assurde e, laddove vi riesce, la vive al prezzo di pesanti sensi di colpa.

Insieme ai rivelatori artistici, come il film di Moretti, e alle varie discipline che indagano i mutamenti della società contemporanea, se ne sono resi conto anche i signori del marketing, gli stregoni della propaganda che ogni giorno si arrabattano escogitando nuovi espedienti per incentivare i nostri consumi. Ma, se per i primi si tratta di un fenomeno da rilevare e da rappresentare; per chi commercia strategie di consenso e vendita, questa metamorfosi si è rivelata un vero e proprio asso nella manica (anche a fronte di una certa crisi delle idee che attanaglia il mondo della pubblicità) che ha trasformato il bambino in un poderoso strumento: un nuovo efficace media all'interno del nucleo famigliare.

Non a caso, negli ultimi dieci anni, la presenza di bambini nella promozione di prodotti destinati anche ad altri target è andata progressivamente aumentando, fino a raggiungere livelli di assoluta incongruenza tra testimonial-bambino promuovente e prodotto promosso, un escalation spiegabile solo in una logica di sfruttamento dell’infanzia non dissimile ad altre forme più terzomondiste cui il capitalismo si presta per la gloria del fatturato.

D’altra parte il bambino è già un perfetto testimonial che arricchisce e cattura la scena della vendita e, soprattutto, mitiga quell'aurea di coazione e di conseguente diffidenza che caratterizza il messaggio pubblicitario. Il bambino, infatti, è -per definizione- puro, scevro da sovrastrutture, incapace di mentire e, in quanto tale, veicolo di autenticità e bontà del prodotto commercializzato. A queste naturali valenze che il bambino come simbolo veicola, l’odierna fabbrica del consumo ha saputo aggiungerne una nuova, direttamente discendente dall'odierna capacità del minore di imporre le sue voglie e quindi di orientare le scelte del nucleo famigliare.

Gli esperti di marketing chiamano questa tendenza “nag factor”, qualcosa che si potrebbe tradurre come “fattore assillante”, ossia il tormento che il bambino riesce procurare ai suoi genitori fino a convincerli, in questo caso, ad acquistare un determinato prodotto. Una metodologia persuasiva studiata in collaborazione con esperti psicologi dell’età evolutiva che, analizzando i differenti potenziali di assillo, le loro percentuali di successo, sia in merito alla possibilità di attivarsi che rispetto alla probabilità di fare breccia nelle decisioni dell’adulto, propongono una serie di combinazioni vincenti legate soprattutto ai generi alimentari, ma non solo.

Il meccanismo è terribile e si presenta, di fatto, come una vera e propria forma di abuso determinata con la complicità dal variegato mondo adulto che la retorica del buonismo vorrebbe sempre schierato per il benessere del bambino ma che, o inconsapevolmente (vedi molti genitori), o con calcolato cinismo (vedi le agenzie pubblicitarie), partecipa a questa violenza, per quanto mascherata e apparentemente indolore. Facciamo un esempio.

All'età in cui normalmente un bambino entra nel mondo della scuola e ipotizzando (per difetto) che, a partire dai tre anni, abbia frequentato la televisione almeno un’ora al giorno, a quanti spot pubblicitari avrà potuto assistere? Stiamo parlando di una cifra che, sempre al ribasso, supera le diecimila unità. Se a questi aggiungiamo quelli radiofonici, quelli dei cartelloni stradali, quelli che compaiono negli altri media (fumetti, internet, Cd-rom), ma anche su indumenti personali, oggetti, gadget, etc. la dimensione del sovraccarico simbolico e dell’incitamento al consumo non ha precedenti nella storia dell’umanità. All'età di sei anni, ma certamente anche prima, la gran parte dei minori occidentali, sono già delle specie di bombe pubblicitarie cariche di slogan e di convincimenti su cosa è buono e cosa no e, soprattutto, su cosa può o meno renderli felici.

Certo, nessuno è immune dall'influenza della propaganda commerciale e, almeno una volta nella vita, chiunque si è trovato ad acquistare qualcosa solo perché spinto dal desiderio promosso da qualche invitante messaggio pubblicitario. Ma, ciò che caratterizza il consumatore adulto e lo rende instabile per le esigenze del mercato, è la sua capacità, almeno in potenza, di riflettere, di tenere in considerazione molteplici varianti e, non ultima, di valutare l’acquisto a partire da una concreta possibilità economica. Tutte le tecniche, le strategie, le seduzioni della pubblicità compartecipano, allora, al tentativo di abbassare la soglia di questa presenza critica con suggestioni sempre più raffinate il cui obiettivo è spingere il consumatore ad ignorare qualsiasi valutazione che non sia quella che porti all'immediata soddisfazione dei suoi desideri. Ma non è forse questo il ritratto più fedele del bambino? Criticità, ponderatezza, riflessione, valutazione delle possibilità economiche, sono tutti elementi che difettano al bambino, che è essere desiderante per natura e che, per questo, diventa un bocconcino invitante per gli strateghi della pubblicità, a cui non sembra vero di poter esercitare le loro sofisticate tecniche persuasive su una struttura psichica tanto predisposta ad abbracciare e a prendere in considerazione, con indistinta e fiduciosa ingenuità, qualsivoglia segnale di stimolo, per riconvertirlo in quegli indispensabili elementi di conoscenza che hanno caratterizzato le sorti della specie umana.

Il bambino è il consumatore perfetto che ogni campagna pubblicitaria vorrebbe includere tra i suoi bersagli. E allora, imbottendo fin da subito il bambino di messaggi pubblicitari, di sollecitazioni al consumo, i signori del marketing costruiscono, certo con la complicità di una società civile quantomeno disattenta, il loro allevamento di perfetti consumatori: una sorta di bambino-media capace di inglobare il messaggio pubblicitario e di moltiplicarlo all'interno delle famiglie caricato di una quantità di valenze psicoaffettive che lo rendono inattaccabile: paura dell’adulto di frustrare i desideri del bambino; paura che la mancanza di quel prodotto generi nel piccolo (ma spesso anche nell'adulto) un senso di inferiorità sociale, desiderio di dare al proprio figlio quello che è mancato alla propria infanzia; incapacità dell’adulto a gestire dialetticamente il conflitto per mancanza di strumenti o, peggio, di tempo da dedicare; ma anche senso di colpa direttamente discendente dalla sempre più accentuata mancanza di tempo che il genitore contemporaneo dona ai propri figli e che crede di poter sanare dando soddisfazione ai desideri materiali del bambino; etc.

Si tratta, inoltre, di una strategia che non si esaurisce nel breve raggio della vendita di un singolo prodotto. Certo, in prima battuta, il bambino con la sua insistenza, i suoi capricci, riesce a promuovere l’acquisto di beni direttamente fruibili da lui stesso: giocattoli, merendine, vestiti, programmi televisivi, etc. Ma, la sua funzione va ben oltre. Un bambino-media ben pubblinutrito, è anche in grado di orientare le scelte dei consumi più prettamente adulti; emblematico il caso del cibo, ma anche dell’automobile, dei divertimenti, dei prodotti estetici, etc. E, infine, più a lungo termine, l’idea che un bambino cresciuto a suon di messaggi pubblicitari diventi nel tempo un fedele consumatore (e non importa, secondo questa logica, di che cosa: l’importante è che consumi), insegnando, di conseguenza, ai suoi eventuali figli atteggiamenti similari.

Altro inquietante segnale in questa direzione rientra nelle strategie del cosiddetto “viral marketing” che sfrutta l'effetto "virale" del passaparola: una forma di propaganda antica come il mondo ma che, se ben nutrita e strutturata, può garantire ottimi risultati anche a fronte di bassissimi investimenti.

Questa strategia applicata al mondo dei minori prevede l’arruolamento di giovanissimi promoter per la diffusione di prodotti prettamente destinati alla loro età. Il fenomeno in Italia è, per ora, abbastanza marginale e coinvolge soprattutto quelle discoteche che, in barba a qualsiasi legge, ingaggiano nutriti gruppi di adolescenti che godono di una certa popolarità per promuovere tra i coetanei le loro iniziative; ma aspettiamoci di assistere ad un notevole incremento visto che gli Stati Uniti, dove è in voga già da qualche anno, schierano un esercito di oltre quarantamila adepti che, come esperte venditrici della Tupperware, organizzano feste e raduni finanziati da qualche azienda produttrice di merendine, giocattoli, abbigliamento, sfruttando, e di fatto frantumando, quella dimensione dell’amicizia che, almeno a questa età, eravamo abituati a considerare ancora sacralizzata.

Ora, di fronte a questa autentica invasione, vengono in luce almeno due differenti posizioni: quella di chi teme il delinearsi di una società, nemmeno troppo a venire, di automi condizionati nelle scelte, nei gusti, nei desideri; l’altra di chi ritiene che tale influenza rappresenti un aspetto ormai irrinunciabile del processo di formazione dell’individuo post-moderno, la cui relazione con il consumo e con le merci altro non sarebbe che una riedizione aggiornata del rapporto che da sempre l’uomo intrattiene con l’ambiente che lo circonda e che, se da una parte risulta indispensabile alla costruzione della propria identità, dall'altra si pone tra i maggiori responsabili del processo di crescita cognitiva che caratterizza le nuove generazioni esposte fin dalla nascita al contagio dei vari media.

Personalmente credo che, a queste due posizioni più o meno radicali e storicizzate del dibattito in questione, se ne debba necessariamente aggiungere una terza che, se non abbassa l’allarme e l’attenzione rispetto all'invasività coercitiva dell’odierna società dei consumi, non respinge nemmeno la sua funzione integrativa e formativa, ormai irrinunciabile per un adeguato sviluppo cognitivo.

Ho cercato di analizzare queste sfumature in tre recenti post apparsi su questo e altri blog:  "Fai la ninna, fai la nanna",  "Spaccaglielo 'sto Smartphone!", e "Sympathy for the Devil", in cui ho provato ad analizzare il problema secondo questa terza via come, cioè, favorire i necessari aspetti integrativi scongiurando quelli abusanti? Perché è chiaro che, pensare oggi di poter tenere un bambino totalmente isolato dai media o, più generalmente, dal mondo delle merci, non solo è fisicamente impossibile, ma anche pedagogicamente sbagliato e frutto di una coercizione che non sfugge al concetto di abuso.
È in questo quadro della riflessione che emerge, allora, con forza e si fa determinante il contesto educativo che attornia il bambino: la famiglia, la scuola, i luoghi dell’aggregazione; là dove l’adulto e il minore possono (ma vorrei dire devono) trovare il tempo e lo spazio per setacciare, come cercatori d’oro, le molteplici suggestioni che giungono dai vari media e separare le pagliuzze del prezioso metallo dal fango e dalla spazzatura.

È dunque, come sempre, la presenza di un adulto capace di tutelare il minore, accompagnandolo all'identificazione e alla comprensione dei fenomeni che lo circondano, che fa la differenza tra un bambino sottoposto a questo genere di abuso e un bambino educato a riconoscerne le forme, i segnali, i linguaggi e, dunque, in qualche modo, preservato.

Forse, una società civile più attenta e davvero desiderosa di lavorare per il benessere delle nuove generazioni (e, quindi, implicitamente per il benessere prossimo venturo della società stessa), si porrebbe nell'ottica di vietare (allo stesso modo in cui giustamente si scandalizza, protesta e vieta altre forme più appariscenti di sevizie) qualsiasi sfruttamento dell’infanzia, foss'anche, come in questo caso, della sua immagine.

Sembra, invece, che, quando ad essere intaccato non è il corpo fisico o psichico del minore ma quella cosa impalpabile e senza apparenti ripercussioni che è l’immagine dell’infanzia, allora, come dire: l’abuso è accettabile o, forse, non è nemmeno davvero il caso di parlare di abuso.

Questa terza via, che qui si vuole sostenere, parte invece dal presupposto che è proprio grazie ad un’immagine dell’infanzia continuamente mercificata e mortificata nelle sue rappresentazioni che ben altre forme di abuso trovano lo spazio per incunearsi e reificarsi nelle drammatiche dimensioni che quotidianamente riempiono la cronaca dei quotidiani; e che solo un adeguato lavoro formativo con le famiglie come con le scuole, al fine di favorire la comprensione critica e la consapevolezza degli educatori intorno a questi fenomeni troppo spesso sminuiti, può promuovere quella scrupolosa attenzione che ogni adulto dovrebbe riservare all'educando nel suo rapporto con i segnali massmediatici.

Una società complessa come quella in cui viviamo, dove le sollecitazioni e le manipolazioni delle nostre coscienze hanno superato la soglia della comprensione intuitiva o del buon senso, non può più permettersi un educatore, sia esso genitore, insegnante o quant'altro, che non sappia riconoscere questa complessità per tradurla e disporla all'incontro e alla riflessione con l’educando, affinché questi costruisca nel tempo una sua personale visione del mondo, strumento indispensabile per essere, domani, un adulto capace di intenzionare e determinare la propria esistenza.


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lunedì 18 settembre 2017

Siamo animali particolarmente abili a ritenere, in qualche modo, inabile chi non presenta abilità che corrispondano alle abilità di chi le definisce, per lo più imponendole con un qualche tipo di forza.

Per questo, troppo spesso, cadiamo nell'errore di considerare inabili i nostri bambini che, invece, la natura ha fatto appositamente inabili affinché si abilitino, come nessun altro animale, attraverso l'incontro con il mondo, dove sperimentare queste inabilità, raffinandole costantemente.

Un lunghissimo percorso che, a pensarci bene, non finisce se non con la morte; perché, a differenza degli altri animali, la nostra più grande abilità è proprio quella di presentare, in ogni fase della vita, un qualche tipo di inabilità e, quindi, essere costantemente chiamati a superarla, ad apprendere.

I bambini, con le loro inabilità, ci insegnano che l'essere inabili è, per noi umani, costitutivo. Dovremmo, dunque, considerare qualsivoglia inabilità un patrimonio della nostra specie, non qualcosa da "guarire" trasformandola in una definita abilità normante, ma qualcosa da "capire", accompagnandola a definirsi nella sua diversità e disponendo il mondo affinché sia in grado di accoglierla e non, come accade ad oggi, di ostacolarla.

Non a caso: Autonomia, Amore, Alienazione sono, come abbiamo cercato di descrivere nei precedenti articoli, tre principi cardine che accompagnano tutti i nostri interventi di cura: da quelli in cui la difficoltà di vivere appieno tali capacità si presenta in forma organica e, in qualche modo, indipendente dalla volontà del soggetto; a quelli in cui la difficoltà è direttamente generata da modalità inadeguate di approccio del soggetto al contesto in cui vive o, viceversa, da qualche inadeguatezza del contesto in cui il soggetto vive (ad esempio: la famiglia, la scuola, il lavoro, etc), fino a una terza e più sfumata categoria: quella in cui organicità del disagio e sue ricadute sulle inadeguate modalità di approccio a queste tre componenti, si mescolano in un tutto ostacolante e limitante in cui si fatica a comprendere quanto uno influenzi l'altro. 

Si tratta, come evidenzia questa descrizione, di un insieme che potenzialmente contiene l'umanità tutta, poiché ogni uomo, dal più integrato al più reietto, dal più performante al più menomato... costruisce sì il proprio benessere a partire dal grado di Autonomia che intrattiene con tutto ciò che è altro da sé, dall'Amore che riceve e dona, e dalla capacità di Alienarsi attraverso un intervento sul mondo in cui avverta il proprio contributo alla costruzione/definizione del mondo... ma il tutto entro un sistema altamente personalizzato e soggettivo che esclude qualsivoglia standardizzazione e si rimette alla casualità delle possibili combinazioni tra particolarità dell'individuo e particolarità del contesto in cui vive. 

Avremo così che un bambino affetto da una lieve dislessia, ma circondato da un contesto affettivo/educativo altamente ansiogeno che compromette, ad esempio, l'area dell'Autonomia (scolastica, ma non solo), può presentare problematiche tanto più invalidanti di uno stesso soggetto con un disturbo dell'apprendimento molto più grave, ma inserito in un sistema capace di normalizzare costruttivamente la sua difficoltà dando spazio alla possibilità del bambino di sperimentarsi, trovando il giusto equilibrio tra autonomia e richieste di aiuto.

Ciò significa che non esiste un livello di Autonomia, Amore e Alienazione per così dire: "adeguato", capace di garantire necessariamente una condizione di benessere; ma che ogni misurazione va fatta soggetto per soggetto, caso per caso, poiché è l'equilibrio tra queste tre aree che preserva dall'insorgere del malessere e tale equilibrio è strettamente legato al contesto personale e ambientale in cui vive il soggetto. 

Questa descrizione del disagio, che pare contenere ogni essere umano, bene corrisponde ai parametri dell'Organizzazione Mondiale della Sanità che nel 2001 ha definito la disabilita come: la conseguenza di una complessa relazione tra la condizione di salute di un soggetto e i fattori personali e ambientali che rappresentano le circostanze in cui questi vive. 

Si tratta di una definizione a mio avviso fondamentale e non tanto per circoscrivere il presunto disabile, ma soprattutto per mettere ognuno di noi a confronto con la nostra disabilità, iniziando a comprendere che siamo tutti, in qualche modo, dis-abili, poiché siamo tutti costantemente chiamati, nell'arco della nostra vita, a cercare di tenere in equilibrio Autonomia, Amore, Alienazione (si pensi alla vecchiaia come periodo universalmente critico in cui queste tre aree corrono il più intenso pericolo di compromissione). 

Viene così a cadere ogni scorretto alibi con cui ci trastulliamo costruendo rassicuranti categorie di confronto (normali e disabili, sani e malati, etc.) che, a mio avviso, impediscono di pensare un mondo in cui è la disabilità dell'uomo ad essere accolta e non invece questo mondo che, a partire da una falsa pretesa di normalità performante, ritaglia fette di sé in cui ghettizzare, governare, al limite accudire la disabilità.
Si tratta di uno sguardo differente rispetto al contemporaneo concetto di "diversamente abili" in cui sono edulcorati coloro che un tempo venivano definiti "handicappati". Il concetto di "diversamente abile" rimanda, infatti, inevitabilmente a un confronto in cui emerge l'idea che esista un'abilità di riferimento e che da questa ne discendano abilità diverse, comunque degne di essere accolte. 

Crediamo, invece, che una presa in carico della dis-abilità, come quella che abbiamo cercato di descrivere, abbia il grande merito di sfuggire a qualsivoglia parametro di riferimento (da qui la nostra diffidenza per le diagnosi), per riferirsi al soggetto in difficoltà (qualsiasi essa sia), nella sua irriducibile univocità di persona e costruire con lui il migliore contesto possibile in cui Autonomia, Amore, Alienazione trovino il giusto equilibrio generativo di benessere.

Questa è quella cosa che noi chiamiamo: "cura educativa".


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domenica 30 luglio 2017

Dopo la fondamentale attenzione alla cura dell'Autonomia e dell'Amore, quali elementi ineludibili di qualsivoglia percorso educativo, l'ultima categoria del nostro A.A.A. Project si concentra sulla dimensione dell'Alienazione, intendendo con questa nulla di negativo, ma un necessario processo che, certo, può anche avere risvolti negativi, ma che, proprio grazie alla cura educativa, può e deve assumere la sua valenza positiva e evolutiva, fornendo il proprio contributo al raggiungimento del benessere.

Per comprendere appieno tale valenza positiva e la necessità di un lavoro che si faccia carico di governare questo aspetto nel processo di cura, dobbiamo anzitutto rifarci alla lettura tradizionalmente negativa che attribuismo a questo termine e che ci restituisce l'idea di qualcosa di estraneo, altro da noi o, parimenti, qualcosa da allontanare, da cui prendere distanza.

Non a caso questo lemma è spesso utilizzato per indicare coloro che vivono ai margini o che esprimono comportamenti fuori dalla norma, ma ha anche un uso più generico teso comunque a segnalare un disagio, una non adeguatezza, in questo caso riferita all'uomo contemporaneo e il suo essersi estraniato dalla natura; per non parlare, infine, della sua valenza forse più estrema, quando cioè riferisce di creature talmente altre da non essere umane: gli alieni, appunto.

Potremmo dunque affermare che l'Alienazione è, anzitutto, il rischio reale che corre l'uomo contemporaneo di essere emarginato, allontanato, estraniato, addirittura non considerato umano o, al limite, considerato meno umano quando, per diversi motivi, mostra segnali di divergenza rispetto a una certa idea di "normalità" definita su base numerica rispetto a ciò che una certa maggioranza fa o pensa.

Non a caso il terribile aggettivo "minorato" (ahinoi non ancora del tutto debellato) ha in sé non solo il senso di una sottrazione da qualcosa che si presume maggiore, ma dice anche di qualcosa che è numericamente risibile rispetto ad una maggioranza che, solo perché tale, diviene di per sé il parametro con cui confrontarsi e a cui doversi adattare, pena -appunto- l'Alienazione.

La prima sfida della cura sta dunque tutta nella lotta (e chi conosce questo mondo sa che di vera lotta si tratta) per smarcare il soggetto in difficoltà da qualsivoglia intenzionalità alienatoria: da quelle più bonarie e a "fin di bene" a quelle più spietatamente avverse.

Si pensi, ad esempio (non ci stancheremo mai di ribadirlo) ai vari test di qualsivoglia rilevanza e indagine della funzionalità umana e alle varie diagnosi che ne discendono e che, proprio su base statistica (ovvero distinguendo una maggioranza di comportamenti "giusti" e adeguati da una minoranza di comportamenti "erronei" e alienati) traggono le loro conclusioni.

Insieme al lavoro di trasformazione dell'Alienazione che dia al soggetto la possibilità di viversi e essere vissuto non come persona fuori dalla norma, ma quale persona che, invece, racconta e rende opportuna un'altra norma (tanto più arricchente e importante quanto più estranea alle consuetudini della maggioranza); è necessario, altresì, intraprendere un percorso che restituisca al soggetto stesso questa accezione di sé.

Questa seconda fase della cura, afferisce sostanzialmente al concetto hegeliano di alienazione, ovvero, per dirla sinteticamente, all'idea che l'uomo sia sempre alienato fintanto che non riconosca se stesso in ciò che fa e produce.

In questo senso possiamo spiegare l'Alienazione come un fenomeno di estraniazione da noi stessi, da ciò che abbiamo in noi di più profondo; un'Alienazione che ha luogo quando non abbiamo la possibilità di "trasformare il mondo" in oggetti (in senso filosofico, ossia ogni cosa che il soggetto percepisce come diversa da sé, compreso tutto ciò che è pensato), oppure gli oggetti che produciamo non ci corrispondono e noi non troviamo noi stessi in quegli oggetti.

Questo intendeva Karl Marx quando affermava che la divisione parcellizzata del lavoro industriale, insieme all'estraniazione dai mezzi di produzione, rendevano la classe operaia soggetta ad Alienazione, ossia a quel processo che estranea un essere umano da ciò che fa fino al punto da estraniarlo da se stesso.

C'era, forse, in Marx una riduttiva concezione del concetto di lavoro, senz'altro segnata dagli usi e dai costumi di un'epoca in cui il lavoro era pressoché totalizzante, ma se proviamo ad incollare la sua definizione ai soggetti che incontriamo in studio, ci accorgiamo che questo è il vero altro rischio che corrono: essere spesso estranei a ciò che fanno fino al punto da estraniarsi da se stessi.
Ogni uomo si può dunque dire alienato laddove non riesce o gli è impedito di riconoscerci nel prodotto del suo agire e del suo pensare. La cura educativa deve allora necessariamente fondarsi, oltre che sullo sviluppo del'autonomia e della capacità di amare, anche nell'abilitare il più possibile ogni soggetto a diventare capace di manipolare il mondo ricevendo da questi segnali di gratificazione.


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venerdì 14 luglio 2017

All'indispensabile lavoro educativo o (nel caso di blocchi, patologie, difficoltà: terapeutico con specifici professionisti) sull'Autonomia, di cui abbiamo discusso nel nostro precedente articolo, segue necessariamente il lavoro altrettanto fondamentale sull'Amore, sull'affettività, secondo sostanziale elemento del nostro "A.A.A. Project".

Nessuno, infatti, può negare che una gran parte del nostro benessere e, quindi, della nostra possibile felicità, del nostro sentirci in sintonia con il mondo e le persone con cui viviamo, passi dalla possibilità che ognuno di noi ha (e si dà), di poter amare e essere amato, e una crescita degna di questo nome non può non guardare con estrema attenzione alla grande questione dei sentimenti e alla nostra capacità di saperli vivere il più possibile nella loro pienezza, compresa quella pienezza che entra nel campo della sessualità.

Eppure, tranne in quelle situazioni in cui la domanda di cura si esplicita, più o meno direttamente, in quello che potremmo definire "maldamore", raramente le terapie convergono o tengono in dovuta considerazione questa imprescindibile esigenza dell'essere umano, soprattutto laddove si ha a che fare con l'area della disabilità.

L'esperienza clinica ci insegna, tuttavia, che quando un qualche tipo di malessere, di disagio, di disabilità ostacola l'esistenza (e soprattutto l'esistenza dei soggetti più indifesi e inconsapevoli: i bambini), l'amore per primo rischia di farne le spese: sia laddove diviene così protettivamente soffocante da non lasciare spazio all'autonomia, sia laddove si riduce o si distorce sotto l'azione deformante del disconoscimento, ovvero di quel processo che porta l'Altro che dovrebbe amarci (ad esempio i nostri genitori) a non riconoscerci, perché rifiuta la nostra difficoltà (patologia, disagio) e noi con lei, o perché la nostra immagine non corrisponde alle sue aspettative.

Certo, si tratta di posizioni per lo più agite inconsapevolmente, che spesso gli stessi genitori subiscono loro malgrado -e per questo ci si deve prende cura di loro.

Tanti, infatti, sono i padri e le madri che abbiamo incontrato e incontriamo in studio la cui più grande fatica è davvero amare i figli per quello che sono, con le loro difficoltà e le loro impossibilità -non necessariamente organiche o conclamate. E tanti sono, parimenti, i padri e le madri che, pur riconoscendo tali difficoltà, vi si sostituiscono, impedendo al soggetto in disagio di affrontarle e, quindi, di superarle.

A queste dimensioni in cui emerge la necessità di curare l'amore, si aggiunge poi il lavoro con il soggetto portatore del disagio che per primo deve crescere nella possibilità di sperimentare l'amore: con i genitori, i fratelli, gli amici affinché, quando verrà il tempo e se verrà il tempo, questa sperimentazione possa provare a trovare approdo in una relazione d'amore adulto che non escluda la fondamentale connaturazione sessuale.
Ognuno come può e quanto può, ma secondo possibilità che, anzitutto, devono essere cercate e progettate e non pregiudicante da posizioni ideologiche o morali, come purtroppo spesso accade con questi uomini e queste donne che, troppo a lungo considerati minorati, finiscono spesso per essere trattati tutta la vita come minori, eterni bambini eternamente castrati.

Insieme all'Autonomia, l'Amore è, dunque, l'altra grande configurazione esistenziale su cui necessariamente si deve posare la nostra attenzione di terapeuti (ci occuperemo della terza "A": l'Alienazione, nel prossimo post), aiutando il soggetto in difficoltà e l'universo affettivo-educativo in cui vive a conoscere e riconoscere appieno questo vitale e benefico, imprescindibile elemento dell'esistenza umana.


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lunedì 26 giugno 2017

La centralità dell'eudaimonia, che nel nostro ultimo post abbiamo descritto come quello strano insieme di autonomia, felicità e orientamento al benessere attraverso il riconoscimento di ciò che determina il nostro malessere, si configura, nel nostro metodo, in una vera e propria filosofia di intervento che abbiamo chiamato "A.A.A. Project" e che si riferisce a tre grandi aree di operatività educativa: Autonomia, Amore, Alienazione.

Si tratta di tre principi cardine che vorremmo esplicitare a partire da questo scritto, poiché sul loro sano equilibrio si fonda, a nostro avviso, quel benessere che a volte è messo a repentaglio proprio perché uno o più di questi elementi viene meno o riduce drasticamente la sua fornitura di vitale energia nel serbatoio delle nostre esistenze.

Per quel che concerne l'Autonomia (oltre alle riflessioni già spese, appunto nel post "Sviluppa il tuo demone"), nonostante l'uomo, tra tutti i viventi, sia colui che più abbisogna, si riconosce e si esprime nella socialità, ossia nell'incontro con l'Altro; tale istinto costitutivo si fonda (come spesso accade alle cose dell'umano) sul paradosso di aver sì bisogno degli altri, dell'Altro, ma di essere tanto "più felice" quanto meno siamo costretti a fare ricorso a questi altri, a questo Altro.

In altre parole, il bisogno dell'Altro senza la necessità dell'Altro, fa sì che questo Altro, affinché risulti benefico, debba essere scelto da noi e non subito, il che significa, per quel che concerne il nostro discorrere, che qualsiasi intervento degno di questo nome, deve operare anzitutto sullo sviluppo delle autonomie.

Crescere, e crescere bene, sembra dunque risolversi in questa formula: procedere nella nostra evoluzione in modo da aver sempre meno bisogno dell'Altro, affinché il bisogno profondo dell'Altro che ci connatura possa essere esperito come puro e sottile piacere del confronto, della crescita, del progetto, dello scambio, della costruzione, e non quale ricorso e soccorso indispensabile a una qualsiasi tipologia di salvezza.

Certo, nessuno al mondo può dirsi totalmente immune della necessaria presenza salvifica dell'Altro  ma forse crescere significa proprio trasformare quell'Altro che dal concepimento alla nascita (e per un lungo tratto della vita) ci è insostituibile, in quell'Altro che diviene il nostro compagno di viaggio, non la nostra imprescindibile stampella.

Ciò detto, ci sembra di tutta evidenza come, proprio nella pratica educativa, tutte le forme di disagio, grandi o piccole che siano, mostrino in qualche misura un depauperamento di questa autonomia, cioè un incremento della necessaria presenza dell'Altro e che, quindi, proprio in direzione di un rinforzo di questa autonomia e di una sottrazione dell'Altro si debba anzitutto lavorare.
A prescindere dalla condizione di difficoltà che ognuno vive e dalla eventuale presenza di una diagnosi che la conclama trasformandola nello stridente nomignolo di qualche sindrome o patologia, non esiste essere umano che non abbia bisogno di un suo consimile per realizzare se stesso o per realizzare qualsivoglia altra cosa (sarà questo il tema del secondo capitolo del nostro A.A.A.Project, quello relativo all'Amore). Tuttavia, il grado di benessere di ognuno di noi, si misura nella capacità di poter fare il più possibile a meno di questo Altro in termini di soccorso o pronto soccorso, pur non rinunciando a realizzare se stessi o a realizzare qualsivoglia altra cosa, compresa quella cosa che chiamiamo "relazione".

Nessuno sfugge a questa condizione e chiunque si trovi in questa difficoltà, dal disabile al più performante degli uomini, deve essere aiutato anzitutto a conquistare il più ampio spazio di autonomia che gli è possibile. Questa sarà la misura della sua felicità. Questa la misura della nostra cura.

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mercoledì 31 maggio 2017

Tra gli antichi greci e poi presso i latini il vocabolo "eudaimonia" (in greco: εὐδαιμονία) stava ad indicare qualcuno che poteva considerarsi felice in virtù del fatto che era riuscito a dirigere verso il bene (εὖ, eu) la propria sorte, il proprio demone (δαίμων, daimon); intendendo per "demone" alcunché di negativo, ma una specie di "spirito guida"' capace di indicare non cosa fare di buono, ma cosa non fare di male e, attraverso questi suggerimenti, spingere il soggetto -appunto- verso il bene, verso il proprio ben-essere. Come se qualcuno ci aiutasse a trovare la strada di casa (il nostro benessere) aiutandoci a non intraprendere le strade che ci portano altrove (verso il nostro malessere). 

Si tratta di un procedimento squisitamente educativo, secondo quell'approccio pedagogico che da sempre perseguiamo.

A discapito di tutte le volte che ci hanno detto "è per il tuo bene", a discapito di tutte le volte che incautamente lo diciamo ai nostri figli, nessuno può dire veramente ciò che è il "nostro bene", ciò che ci rende davvero felici. Scoprirlo è un percorso che si snoda lungo la strada della vita, attraverso sperimentazioni, successi e insuccessi. Noi e solo noi possiamo imparare la nostra felicità andando incontro al mondo e agli altri con rispetto e meraviglia.

Questa è la strada su cui dobbiamo accompagnare i nostri figli, studenti, educandi; quel camminino non scevro da pericoli che conduce alla nostra piena individuazione.

Non è un caso se da "eudaimonia" discenda fino a noi il vocabolo "autonomia", che a questo punto potremmo tradurre con: "sviluppa il tuo demone", cerca la tua virtù, ciò che ti rende felice, vien a patti costruttivi con le disordinate reazioni primordiali (direbbe Jung). Insomma: conosciti, pensa alla vita come mezzo di conoscenza, sii curioso di te stesso e, cercandoti, scopri ciò che ti fa stare bene e perseguilo. 

Solo facendo fiorire questo "demone", ci racconta l'antica saggezza ellenica, solo raggiungendo la tua autonomia, ossia la capacità di creare a partire da s'è l'opera di sé, si raggiunge la felicità.

Ma cos'è l'autonomia? Be', fondamentalmente, potremmo definirla la capacità di governarsi da sé, essere indipendente, sapersi autodeterminare e amministrarsi liberamente, non farsi dire da altri cos'è il proprio bene pur sapendo che (per citare il titolo di un bel romanzo di Margaret Mazzantini) "Nessuno si salva d solo", vale a dire che la mia idea di bene deve confrontarsi con quella degli altri e con il bene del mondo, poiché un'autonomia assoluta, che non tenga conto del mondo e degli altri, non può che produrre solitudine e malessere. 

Questa è dunque la forza del modello che proponiamo nel nostro centro, un modello che cerca di liberare il soggetto in cura da qualsivoglia categoria tassonomica per accompagnarlo a cercare la propria felicità attraverso la realizzazione di se stesso, aiutandolo -anzitutto- a scoprire ciò che genera il suo malessere e ciò che, per contro, volge verso la sua autonomia, senza dimenticare il rispetto del bene altrui e del mondo che ci circonda, ovvero quella cosa che chiamiamo "relazione".

Ma questa è anche, purtroppo, la lotta che spesso ci troviamo a combattere con tante famiglie che, loro malgrado, senza piena consapevolezza, sembrano operare in direzione contraria: non, cioè. cercando di favorire lo sviluppo e l'indipendenza dei loro cuccioli, ma, paradossalmente, frenandoli, sostituendosi ad essi ed imprigionandoli, anziché metterli nella condizione di sperimentare, di misurare la loro forza e le loro competenze attraverso progressive responsabilizzazioni.

Le modalità in cui questi veri e propri blocchi evolutivi si manifestano sono molteplici, come abbiamo modo di condividere con le famiglie che seguiamo in studio, ma anche nelle nostre formazioni destinate a genitori, educatori, insegnanti, psicologi, terapeuti e tutti coloro che operano con i nostri ragazzi.

In questo particolare scorcio di secolo, soprattutto, sembrano di fatto essersi acuiti non tanto i pericoli della strada, come tanta facile retorica populista vuol farci credere, ma i pericoli dettati dall'estrema fragilità di individualità non definite che poi sì, nell'incontro con la strada, non hanno gli strumenti per venire a patti con la complessità delle varie fenomenologie umane.

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mercoledì 19 aprile 2017

Negli articoli precedenti ci siamo soffermati a cercare di descrivere la nostra criticità rispetto a certi orientamenti eccessivamente psicocentrati e, soprattutto, volti all'ansiogena ricerca di risposte che, spesso, trovano quiete solo nella definizione di una diagnosi la cui funzione, anziché essere l'inizio di un processo complesso e articolato, ne determina la fine o, peggio, l'illusione della diagnosi quale panacea, si trasforma in una perenne rincorsa all'eziologia più precisa e perfetta, dimenticando che (mai come nelle situazioni di disagio psichico e sociale) la naturale spinta alla guarigione che la diagnosi promette, si concreta solo nel viaggio della cura.

Come Antonella, che ricevo per la prima volta in studio ormai diciottenne, dopo che da sempre combatte, insieme alla sua famiglia, contro una complessa malformazione cerebrale con crisi epilettiche in comorbilità con un'infinità di altri disagi. Antonella, infatti, ha un campo visivo ridotto che spesso è causa di cadute e fratture; Antonella ha progressivamente sviluppato una condizione di sordità per cui le è stato innestato un impianto cocleare che però non ha mai funzionato; Antonella ha un linguaggio pasticciato, e soffre perché capisce ma fatica a farsi capire; Antonella non ha il senso del tatto, mentre il senso dell'olfatto pare sviluppatissimo e sente sempre odori fastidiosi; Antonella grazie alla numerosa comunità di zii, nonni, cugini è stata coccolata, vezzeggiata, supportata, trasportata da una parte all'altra dell'Europa in cerca dell'ultima diagnosi -appunto- sempre quella definitiva, ma nessuno si è mai soffermato ad ingegnarle come si fa una pastasciutta (e che sorriso quando scolò da sola i suoi primi maccheroni fumanti), a comprarsi un vestito, a stare in casa da sola, insomma tutte quelle piccole e grandi cose che fanno davvero la vita.

Oppure Alberto che, dopo pochi mesi dall'inizio della scuola primaria, ancora fatica con penne e quaderni. Cosi le maestre convocano i genitori perché, dicono: "Alberto è lento, non sta al ritmo dei suoi compagni," e aggiungono: "Siamo un po' preoccupate." -dopo appena sei mesi!!! Comunque, due genitori che fanno? Ovviamente si preoccupano anche loro. In effetti Alberto è lento anche a casa, nel vestirsi, nel mangiare e, allora: alle visite neuropsichiatriche si susseguono quelle psicologiche e logopediche, senza farsi mancare un buon psicomotricista e via speculando. Dopo un anno di indagini nulla risulta, intanto però Alberto è ancora lento, ha una bella etichetta per cui persino i compagni hanno iniziato a prenderlo in giro e, così, inizia a isolarsi e a odiare la scuola. Ma perché nessuno ha pensato che, mentre si cercava di capire perché era lento, forse bisognava provare a renderlo più veloce con adeguate strategie che non fossero il semplice chiedergli di sbrigarsi?

Troppe volte l'amore, la paura che l'altro non ce la faccia, che soffra, che faccia troppa fatica, il dolore, i sensi di colpa, mischiati al desiderio che diagnosi e medicamenti portentosi risolvano ogni cosa, fanno dimenticare che la vita, quella vera, si esprime unicamente nel suo procedere ed ha per ognuno le sue salite, i suoi inciampi, le sue possibilità e impossibilità, e, per tutti, i suoi traguardi senza i quali la mera sopravvivenza ha la meglio sulla vita.

Troppe volte siamo preda del millenario paradigma che chiede di capire prima di agire e non ci accorgiamo come, invece, la vita, nella gran parte delle sue manifestazioni: prima agisce e poi, grazie al sua agire, giunge a capire.

Queste riflessioni, frutto di tanti incontri con soggetti e famiglie che, rincorrendo il miraggio della diagnosi, dimenticano il cammino della cura, non intende demonizzare i vari test diagnostici o gli approcci disciplinari di qualsivoglia specie, ma l'uso indiscriminato che spesso se ne fa. 

Come abbiamo scritto in vari articoli, vogliamo semplicemente denunciare la propensione pedagogica che spesso manca nei vari tentativi di giungere alla guarigione e al benessere, di affrontare l'inciampo fisico e psichico: la cura educativa che guida il nostro operare distinta dagli approcci indagativi di qualsivoglia tipologia. 

Infatti, mentre ogni diagnosi prevede (per dirla breve e chiedendo perdono per il necessario riduzionismo) la determinazione della natura o della sede di un qualche tipo di malessere, il perché di determinati comportamenti, dell'agire disfunzionale degli individui; la pedagogia, si occupa di progettare quell'agire affinché diventi funzionale e costruttivo.

Il fine ultimo della pedagogia, non è quello di creare teorie entro cui riconoscere il malessere o il comportamento più o meno disfunzionale di un individuo, o riconoscere il malessere o il comportamento più o meno disfunzionale di un individuo entro i confini di alcune teorie per poterlo denominare; ma di costituire, anche a partire da quelle teorie, processi di intervento spendibili nella pratica immediata affinché quell'individuo (lui e nessun'altro) riduca o elimini ogni comportamento disfunzionale. 

Per questo le parole di ogni diagnosi sono lontane dalle parole del pedagogista. Mentre le diagnosi parlano di "disturbi", e con essi finiscono spesso per determinare in negativo il soggetto, appunto, "dis-turbato", cogliendone anzitutto l'affezione patologica o, comunque, disfunzionale; il pedagogista parla di "bisogni" (non a caso declinabili in "bi-sogni"), centrando la sua attenzione sulle risorse che quel soggetto può mettere in campo per rivolgere in positivo la condizione di difficoltà che sta attraversando. 
Il sintomo da cui entrambi partono è il medesimo, ma cambia diametralmente la modalità di osservarlo e di curarlo, ossia di prendersene cura -e, infatti, la diagnosi si risolve in un agire indagativo che cerca di guardare dentro l'individuo, mentre la pedagogia si svolge in un agire educativo che cerca di tirare fuori (ex-ducere) dall'individuo il meglio di sé. 

È questo il motivo che, nel nostro centro, ci sollecita (a differenza di quanto si è soliti fare) a privilegiare l'azione pedagogica, senza omettere ogni necessaria attenzione teorica, bensì cercando di esaltare, per il benessere delle persone che curiamo, questa proficua complementarietà.


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