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mercoledì 19 aprile 2017

Negli articoli precedenti ci siamo soffermati a cercare di descrivere la nostra criticità rispetto a certi orientamenti eccessivamente psicocentrati e, soprattutto, volti all'ansiogena ricerca di risposte che, spesso, trovano quiete solo nella definizione di una diagnosi la cui funzione, anziché essere l'inizio di un processo complesso e articolato, ne determina la fine o, peggio, l'illusione della diagnosi quale panacea, si trasforma in una perenne rincorsa all'eziologia più precisa e perfetta, dimenticando che (mai come nelle situazioni di disagio psichico e sociale) la naturale spinta alla guarigione che la diagnosi promette, si concreta solo nel viaggio della cura.

Come Antonella, che ricevo per la prima volta in studio ormai diciottenne, dopo che da sempre combatte, insieme alla sua famiglia, contro una complessa malformazione cerebrale con crisi epilettiche in comorbilità con un'infinità di altri disagi. Antonella, infatti, ha un campo visivo ridotto che spesso è causa di cadute e fratture; Antonella ha progressivamente sviluppato una condizione di sordità per cui le è stato innestato un impianto cocleare che però non ha mai funzionato; Antonella ha un linguaggio pasticciato, e soffre perché capisce ma fatica a farsi capire; Antonella non ha il senso del tatto, mentre il senso dell'olfatto pare sviluppatissimo e sente sempre odori fastidiosi; Antonella grazie alla numerosa comunità di zii, nonni, cugini è stata coccolata, vezzeggiata, supportata, trasportata da una parte all'altra dell'Europa in cerca dell'ultima diagnosi -appunto- sempre quella definitiva, ma nessuno si è mai soffermato ad insegnarle come si fa una pastasciutta (e che sorriso quando scolò da sola i suoi primi maccheroni fumanti), a comprarsi un vestito, a stare in casa da sola, insomma tutte quelle piccole e grandi cose che fanno davvero la vita.

Oppure Alberto che, dopo pochi mesi dall'inizio della scuola primaria, ancora fatica con penne e quaderni. Cosi le maestre convocano i genitori perché, dicono: "Alberto è lento, non sta al ritmo dei suoi compagni," e aggiungono: "Siamo un po' preoccupate." -dopo appena sei mesi!!! Comunque, due genitori che fanno? Ovviamente si preoccupano anche loro. In effetti Alberto è lento anche a casa, nel vestirsi, nel mangiare e, allora: alle visite neuropsichiatriche si susseguono quelle psicologiche e logopediche, senza farsi mancare un buon psicomotricista e via speculando. Dopo un anno di indagini nulla risulta, intanto però Alberto è ancora lento, ha una bella etichetta per cui persino i compagni hanno iniziato a prenderlo in giro e, così, inizia a isolarsi e a odiare la scuola. Ma perché nessuno ha pensato che, mentre si cercava di capire perché era lento, forse bisognava provare a renderlo più veloce con adeguate strategie che non fossero il semplice chiedergli di sbrigarsi?

Troppe volte l'amore, la paura che l'altro non ce la faccia, che soffra, che faccia troppa fatica, il dolore, i sensi di colpa, mischiati al desiderio che diagnosi e medicamenti portentosi risolvano ogni cosa, fanno dimenticare che la vita, quella vera, si esprime unicamente nel suo procedere ed ha per ognuno le sue salite, i suoi inciampi, le sue possibilità e impossibilità, e, per tutti, i suoi traguardi senza i quali la mera sopravvivenza ha la meglio sulla vita.

Troppe volte siamo preda del millenario paradigma che chiede di capire prima di agire e non ci accorgiamo come, invece, la vita, nella gran parte delle sue manifestazioni: prima agisce e poi, grazie al sua agire, giunge a capire.

Queste riflessioni, frutto di tanti incontri con soggetti e famiglie che, rincorrendo il miraggio della diagnosi, dimenticano il cammino della cura, non intende demonizzare i vari test diagnostici o gli approcci disciplinari di qualsivoglia specie, ma l'uso indiscriminato che spesso se ne fa. 

Come abbiamo scritto in vari articoli, vogliamo semplicemente denunciare la propensione pedagogica che spesso manca nei vari tentativi di giungere alla guarigione e al benessere, di affrontare l'inciampo fisico e psichico: la cura educativa che guida il nostro operare distinta dagli approcci indagativi di qualsivoglia tipologia. 

Infatti, mentre ogni diagnosi prevede (per dirla breve e chiedendo perdono per il necessario riduzionismo) la determinazione della natura o della sede di un qualche tipo di malessere, il perché di determinati comportamenti, dell'agire disfunzionale degli individui; la pedagogia, si occupa di progettare quell'agire affinché diventi funzionale e costruttivo.

Il fine ultimo della pedagogia, non è quello di creare teorie entro cui riconoscere il malessere o il comportamento più o meno disfunzionale di un individuo, o riconoscere il malessere o il comportamento più o meno disfunzionale di un individuo entro i confini di alcune teorie per poterlo denominare; ma di costituire, anche a partire da quelle teorie, processi di intervento spendibili nella pratica immediata affinché quell'individuo (lui e nessun'altro) riduca o elimini ogni comportamento disfunzionale. 

Per questo le parole di ogni diagnosi sono lontane dalle parole del pedagogista. Mentre le diagnosi parlano di "disturbi", e con essi finiscono spesso per determinare in negativo il soggetto, appunto, "dis-turbato", cogliendone anzitutto l'affezione patologica o, comunque, disfunzionale; il pedagogista parla di "bisogni" (non a caso declinabili in "bi-sogni"), centrando la sua attenzione sulle risorse che quel soggetto può mettere in campo per rivolgere in positivo la condizione di difficoltà che sta attraversando. 
Il sintomo da cui entrambi partono è il medesimo, ma cambia diametralmente la modalità di osservarlo e di curarlo, ossia di prendersene cura -e, infatti, la diagnosi si risolve in un agire indagativo che cerca di guardare dentro l'individuo, mentre la pedagogia si svolge in un agire educativo che cerca di tirare fuori (ex-ducere) dall'individuo il meglio di sé. 

È questo il motivo che, nel nostro centro, ci sollecita (a differenza di quanto si è soliti fare) a privilegiare l'azione pedagogica, senza omettere ogni necessaria attenzione teorica, bensì cercando di esaltare, per il benessere delle persone che curiamo, questa proficua complementarietà.


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martedì 21 febbraio 2017

Negli intricati meccanismi che regolano l’economia di mercato, domanda e offerta sono più che interconnessi. Non sfugge a questa legge l’universo delle patologie della psiche, per cui non stupisca il fatto che migliaia di professionisti della cura già sul mercato e altrettante migliaia che gli opifici universitari sfornano ogni anno, siano anche il naturale volano per la creazione di nuovi disturbi e patologie, o per l’incrementare dei vecchi.

Attualmente di soli psicologi in Italia se ne contano circa 1 ogni 500 abitanti e nel solo 2016 altri 60.000 se ne sono laureati, se a questi aggiungiamo tutte le altre figure sorelle (psichiatra, neuropsichiatra, psicoterapeuta, psicanalista, psicomotricista, psicopedagogista) o disconosciute sorellastre (counselor, coach, etc.), è come se in ogni condominio ci fosse almeno un terapeuta del benessere psichico e, quindi, più di una patologia da trattare -o inventare.

[non a caso, per sopperire a tanta offerta, dopo l’investitura a norma di legge dello psicologo scolastico, molti iniziano a delirare sulla necessità dello psicologo di base (stesse necessità di mercato portarono tempo fa alla moltiplicazione delle insegnanti nella scuola elementare, con conseguenze tutte ancora da comprendere), così come è sempre più diffusa la nascita dii poliambulatori in cui convergono molteplici figure del benessere psicofisico spesso dispensando terapie più che sottocosto cui corrispondono, ovviamente, professionisti più che sottopagati e, forse (forse), cure un tanto al chilo]

L'interconnessione tra offerta e domanda attribuisce però, come si sa, anche un ruolo fondamentale a quest’ultima. Infatti, insieme alla spinta esorbitante dell’offerta, a generare il preoccupante incremento dei casi in età pediatrica (in particolare quelli di “disabilità intellettiva”, ma non solo), contribuiscono anche atteggiamenti inadeguati strettamente connessi agli attori che -appunto-strutturano la domanda.

Ci riferiamo, in particolare, alla sempre più diffusa deresponsabilizzazione educativa delle istituzioni, famiglia e scuola in testa -che, invece, se ben riportate nell'alveo del loro mandato e supportate da adeguati strumenti formativi, potrebbero essere il più efficace strumento di prevenzione di molti disagi, disturbi, patologie che, invece, finiscono per trovare la diagnosi quale unica soluzione di conforto.

Disturbo dello sviluppo e del linguaggio, disturbo specifico dell’apprendimento, disturbo dell’attenzione (con o senza iperattività), disturbo oppositivo provocatorio, disturbo d’ansia da separazione, depressione infantile, cutting e altre forme di autolesionismo, dipendenza da internet e videogiochi, ritiro sociale e auto reclusione… etc.

Con diverse vesti e motivazioni, prolificano dunque le diagnosi psichiatriche, tanto che negli ultimi anni sono più che triplicate, così da certificare almeno un minore su quattro, con conseguente percorso terapeutico (of course) e, per quel che concerne la scuola, piano didattico personalizzato nonché, laddove occorre, educatore di supporto o insegnante di sostegno.

Un minore su quattro è davvero un dato mostruoso, significa che in ogni classe abbiamo almeno uno o più studenti con qualche problematica che necessitano, quindi, di una didattica speciale che -ahinoi- la nostra scuola (sia per risorse economiche, che per formazione -tranne i soliti casi più unici che rari) non è per nulla in grado di garantire.

Ora, cerchiamo di capirci: o queste diagnosi restituiscono uno scenario reale, e allora dovremmo seriamente preoccuparci, pensando anche a una riconfigurazione della scuola che tenga conto di questa pandemia; o il sistema-diagnosi ci ha un po' preso la mano e stiamo etichettando una generazione costringendola a confrontarsi con problemi che -di fatto- non ha; oppure, come io credo, c'è qualcosa di distorto nell'intero sistema educativo che prima produce il problema, poi lo certifica, quindi cerca di curarlo senza minimamente interrogarsi su quanto sia lui il malato.

In una recente pubblicazione ("Primo, non curare chi è normale", in libreria per i tipi di Bollati Boringhieri), il noto psichiatra americano Allan Frances ribadisce ciò che da tempo andiamo denunciando: la delicatezza con cui andrebbe trattato ogni approccio diagnostico.

In linea con Frances, la nostra esperienza, ci suggerisce con una certa inequivocabilità, quanto lavoro ci sia ancora da fare affinché ogni riduttivo utilizzo della diagnosi come strumento privativo, divenga semmai una risorsa attraverso cui leggere la realtà (o, meglio: una realtà) e, conseguentemente, riflettere su come operare su di essa e non, come troppo spesso accade, una gabbia che imprigiona la realtà in una o più definizioni fossilizzanti.

Il lavoro educativo su migliaia di casi con persone della più differente provenienza sociale e culturale, suggerisce, con sempre più evidenza, come la gran parte dei mal funzionamenti, dei disagi, dei disturbi e persino di alcune sindromi che colpiscono bambini e ragazzi (e che, quindi, domani, determineranno il loro essere adulti), sono -in maniera statisticamente rilevante- causati dall'inadeguatezza (oggi come mai) dei sistemi educativi, anzitutto genitoriali, che impediscono al soggetto una sana e adeguata crescita, andando ad incidere a livello psichico, come a livello fisico (non bastassero millenni di riflessioni, l'epigenetica ha stabilito, per sempre, quanto i nostri comportamenti e le nostre abitudini modificano il nostro apparato genetico).

Si pensi, per fare un solo semplicissimo esempio, alla drastica riduzione del sonno: diffusissima cattiva abitudine di tanti troppi bambini.

Il sonno, infatti, è correlato con importantissimi assi metabolici, sempre fondamentali tanto più durante l'infanzia e l'adolescenza, come, ad esempio quelli dell'ormone della crescita (GH) che supporta lo sviluppo dei tessuti e dei muscoli e viene rilasciato per lo più durante il sonno, ma necessità, per ben funzionare, che i bambini e i ragazzi dormano profondamente e non si sveglino per diverse ore (10-13 ore per i bambini in età prescolare, 9-11 ore per i bambini fra i 6 e i 13 anni, 8-10 ore per gli adolescenti).

Allo stesso modo il cortisolo (responsabile della regolazione degli eventi stressogeni) modifica i suoi picchi in condizione di privazione del sonno; Così come, la perdita del sonno altera il naturale innalzamento leptinico (un ormone proteico) notturno, impedendo un normale controllo della sazietà e incentivando il sovrappeso, quando non l'obesità, il rischio di diabete e di valori elevati di pressione arteriosa.

È sufficiente?

E ci siamo soffermati solo sul sonno. Vogliamo parlare di come mangiano i nostri bambini? Di quante ore passano davanti a videogiochi e affini? Di come vengono tanto protetti da non sopportare alcuna frustrazione? Di come hanno talmente ridotto lo spazio tra desiderio e sua realizzazione da maturare una atrofizzazione del desiderio stesso? Di quanto sono sedentari?

Potremmo continuare, ma immagino sia chiara, a questo punto, l’esposizione ai rischi cui stiamo sottoponendo le nuove generazioni e l'assurda ostinazione a non volersene occupare con anticipo, anziché ricorrere, poi, a interventi invasivi e etichettanti o, addirittura, farmacologici; quando in molti, moltissimi casi, basterebbe prendersene cura, ripristinando modelli educativi corretti e conformi all'evoluzione (involuzione?) della società contemporanea.

Per questo, nei nostri interventi cerchiamo, fin dove è possibile, di non coinvolgere direttamente i bambini e i ragazzi, ma di lavorare con i genitori, la scuola e, più genericamente, l'universo affettivo e educativo che circonda ogni giovane creatura affinché, sia a livello preventivo, che nelle situazioni di difficoltà conclamata, modificando le inefficaci modalità di intervento, scompaiono gli atteggiamenti disfunzionali, riconquistando le condizioni di benessere.


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lunedì 9 gennaio 2017


Nel post precedente ("Non cercare gatti neri in una stanza buia") abbiamo cercato di fare un po' di chiarezza attorno alle modalità che caratterizzano il nostro intervento, palesandone la sostanziale distanza rispetto agli orientamenti più psico-centrati. 

Beninteso, non è nostra intenzione demonizzare la psicologia, ma riflettere sul suo utilizzo esacerbato che, come bene dice il sociologo Frank Furedi ("Il nuovo conformismo. Troppa psicologia nella vita quotidiana") negli ultimi decenni ha visto quasi ogni aspetto della nostra vita finire sotto il microscopio degli psico-esperti, una vera e propria iperdiffusione di linguaggi e pratiche psico-qualcosa cui più nessuno sembra esente -e non necessariamente perché frequenti lo studio di qualche psicologo o affini, ma perché il nostro linguaggio si è imbastardito di termini che afferiscono a una cultura della psiche di cui, per altro, spesso si ignorano i fondamenti. 

E allora: ecco bambini “stressati” o a cui viene diagnosticato uno stato di depressione o trauma da non-so-che; mentre altri vengono marchiati da etichette delle più diverse psicopatie; oppure, tanto più in voga, un bel disturbo, che ormai non si nega quasi più a nessuno e ne esistono di così tanti tipi che è difficile non trovare quello che di adatta a qualsivoglia caso specifico.

Un esempio su tutti? I bambini un tempo vivaci, turbolenti, disattenti che, invece, oggi sono affetti da "disturbo da deficit dell’attenzione e iperattività", categoria che tutti rassicura e evita, altresì, la fatica di interrogarsi su una generazione che, nel pieno delle sue vulcaniche e telluriche energie, è costretta seduta per 8 ore scolastiche e poi di nuovo seduta davanti a Tv, Pc, Play Station e quant'altro; per non parlare degli effetti nefasti di un'alimentazione per lo più strabordante di zuccheri raffinati e povera di verdure e frutta -tanto da cominciare a pensare che quei bambini che vanno in escandescenza iperattiva siano in verità i più sani: ribelli a un mondo che li vuole zombizzare. 

Secondo Furedi l’affermarsi di questa cultura “terapeutica”, coincide con una radicale ridefinizione delle personalità, una sorta di lavaggio del cervello collettivo in cui si incoraggiano le persone a vedersi come impotenti, insicure, vulnerabili. 

A questa parossistica diffusione dell'uomo come soggetto fragile e vulnerabile, sempre in balia di sintomi che vanno etichettati, diagnosticati e terapeutizzati, noi prediligiamo una definizione dell'uomo  come soggetto carico di risorse, un soggetto capace di riflettere su di sé, di collaborare attivamente alla definizione dei “disagi” che lo attanagliano e di produrre quella conoscenza necessaria alla sua cura.

Un soggetto che va, dunque, aiutato, a uscire da qualsivoglia (pur rassicurante) definizione che lo interpreti e lo ingabbi, per accompagnarlo -invece- a compiere quel viaggio nel "conosci te stesso" che ha salvifiche e profonde radici nella storia dell'uomo -e tanto più, quanto più questo soggetto è debole, in crescita, in formazione.

Ma affinché questo accada, è necessario costituire una nuova alleanza tra scuola e famiglia, ognuna concentrata alla risoluzione delle problematiche emergenti nel contesto cui partecipano e disponibile all'incontro e al confronto, percependo l'altro non come parte del problema, ma quale agente funzionale: attori paritetici di un'equipe diffusa e concentrata che, anziché cercare l'ennesima diagnosi che tutti rassicura e solleva da ogni responsabilità, operi alla presa in carico del proprie responsabilità sul malessere del bambino o del ragazzo, con la volontà di mettere in discussione anzitutto se stessi.

Infatti, nella cocente battaglia tra inadeguatezza della scuola e inadeguatezza della famiglia, tanto più esasperata quanto più il problema del minore si fa manifesto, ciò che sembra tristemente vincere è proprio l'etichetta, la diagnosi quale triste mediatore simbolico che tutti appacifica e tutti deresponsabilizza, trasformando quelle molteplici questioni che (spesso) famiglia e scuola potrebbero risolvere, in una questione che, in quanto organica, appartiene esclusivamente allo studente.

Combattiamo ogni giorno affinché scuola e famiglia si sperimentino in una nuova alleanza, a favore dello studente, del bambino, del ragazzo e contro ogni tipo di etichettamento che ne svilisca le opportunità.

Questo non significa, ovviamente, che non sia necessario utilizzare gli strumenti attualmente a disposizione per fare diagnosi accurate e accedere, laddove è possibile, ad elementi di osservazione non altrimenti visibili, ma che la diagnosi non deve diventare (come invece sta purtroppo accadendo) una specie di antibiotico sociale, una falsa panacea che nasconde le questioni sotto il tappeto per non farci fare la fatica di affrontarle.

Sono ormai davvero troppe le difficoltà che le nuove generazioni esprimono e che il mondo adulto, anziché interrogarsi sulle proprie deficienze, risolve attribuendo deficienze, più o meno organiche, al minore.

Per questo il nostro approccio anzitutto si pone nell'ottica di non creare dipendenza, di non anestetizzare, ma opera affinché il soggetto in difficoltà si riconosca quale esperto di sé e impari a condividere il proprio sé con la comunità affettiva e educativa che lo circonda, consapevole che nessuno si salva da solo ma che, al contempo, nessuno si salva se imprigionato entro definizioni che divengono pregiudizi e, troppo spesso, generano profezie.


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venerdì 29 luglio 2016

Una simpatica e irriverente storiella restituisce il dialogo tra un saggio maestro spirituale e il suo giovane allievo, bramante di sapere...

"Maestro," chiede il giovane colmo di desiderio: "che cos'è la scienza?".
"La scienza," sorride il maestro "è cercare un gatto nero in una stanza buia.".
"Capisco, e la filosofia?" chiede ancora il giovane.
"La filosofia è chiedersi perché cerchiamo un gatto nero in una stanza buia.".
"Ma allora la religione, che cosa sarebbe la religione?" continua l'allievo, sempre più curioso.
"Anche la religione cerca il suo gatto nero, ma il gatto non c'è.".
"E mi dica maestro, cos'è la psicologia?".
"La psicologia? La psicologia," sorride il maestro, "è cercare un gatto nero in una stanza buia dove il gatto non c'è... ma si finisce per trovarlo lo stesso.".

Le riflessioni cui apre questa storiella sono molteplici e non tutte dissacranti per quel fondamentale sapere che è la psicologia.

Inventarsi un gatto che non c'è, risponde infatti al preciso itinerario di ricerca di una disciplina implicata nell'indagine di quel complicatissimo e misterioso oggetto che è la mente umana. Un mistero che, per essere scalfito, ha avuto (e avrà) bisogno di metafore, concettualizzazioni, ipotesi, tentativi più o meno raffinati e più o meni convincenti di descrivere i nostri comportamenti -si pensi, ad esempio, a quell'oggetto universalmente riconosciuto che è l'inconscio. oggetto che, tuttavia (nonostante gli innumerevoli tentativi), non ha ancora una reale collocazione scientifica -uno dei tanti gatti neri che non si sa se ci siano, ma cui tutti non manchiamo costantemente di riferirci per spiegare alcune cose che ci accadono.

Ci sia consentito, allora, in questo nuovo articolo di accompagnare ancora (vedi articolo precedente) i lettori in una sorta di primo approccio introduttivo al concetto e alle modalità di soccorso genitoriale che pervadono il nostro operare.

Dunque; noi non cerchiamo gatti neri. Crediamo sia invece importante un approccio pragmatico, che accolga il problema che la famiglia avverte e si dispone a risolverlo nel modo più efficace, duraturo e veloce.

Ci riferiamo in particolare alla dimensione pedagogica che i nostri percorsi curativi prediligono rispetto ad orientamenti di stampo più psico-orientato che non solo non appartengono al nostro operare ma che, in senso più generale, non possono essere, a nostro avviso, totalizzanti, come una certa logica contemporanea sembra, invece, prevedere e, spesso, ahinoi, imporre.

Il premio Nobel Saul Bellow, in uno dei suoi ultimi romanzi prima di morire, bene descrive, a nostro avviso, la condizione fortemente psico-centrica in cui sembra precipitata la nostra epoca: “Ogni cosa che vediamo la traduciamo nelle lingua di Freud,” dice Bellow, e poi si chiede: “Ora, cosa stiamo immiserendo: il suo vocabolario o la nostra capacità di osservazione?”. 

Il nostro presupposto è che sia l'opportunità di leggere il mondo e di trovare efficaci contromisure ai suoi possibili malesseri che sta avendo la peggio. 

Un mondo che, pur avendo a disposizione una pressoché infinita pluralità di sguardi, di saperi e di possibili letture che da questi ne discendono, sembra invece accontentarsi di ottiche sempre più uniformate sotto il grande cappello del metodo scientifico entro le cui grinfie hanno finito per precipitare buona parte degli orientamenti psicologici. 

Pur essendo consapevoli dei differenti, complessi e spesso non sovrapponibili approcci che afferiscono al grande universo dell'indagine psichica, quello che ci porta a riflettere e a prendere una certa critica distanza da queste letture eccessivamente psico-centrate, è la loro presenza invasiva, tanto che non sembra esserci più alcun accadimento, fenomenologia o ambito della vita sociale che non veda la presenza di qualche psico-esperto che, dalla sua prospettiva, ne fa l'esegesi; mentre sempre più esclusi appaiono tutti gli altri saperi, e tanto più quanto questi si distanziano -appunto- da un certo imperante metodo scientifico. 

Come già denunciava Umberto Galimberti in un interessante articolo del 2005 su Repubblica, in America l'80% della popolazione usufruisce di cure psicoterapeutiche (contro il 14% degli anni '60). Il sociologo James L. Nolan, nel suo libro "The Therapeutic State", ci informa che: "Negli Stati Uniti ci sono più psicoterapeuti che librai, pompieri, postini, e addirittura due volte più che dentisti e farmacisti. Gli psicologi sono battuti numericamente solo dai poliziotti e dagli avvcati." ("Va via psicologia" -26/09/2005).

Secondo Galimberti ci troviamo di fronte a una vera e propria "etica terapeutica" che promuove non tanto l'autoreallzzazione e l'autonomia degli individui, quanto la loro autolimitazione, generando, di fatto, una trasversale e mai come oggi esasperata fragilità: uomini e donne segnati da una vulnerabilità che mai si era vista prima su cosi larga scala.

In contrapposizione a questa globalizzante psicologizzazione, pur non ignorandone gli importanti contributi teorici e metodologici, crediamo sia fondamentale accompagnare le persone che si rivolgano al nostro studio, alla concreta risoluzione dei loro disagi e delle loro problematiche, soluzione che raramente si trova esclusivamente nel chiuso della loro soggettività.

L'approccio pedagogico che proponiamo, invece, non indaga il "fatto psicologico" ma agisce sul "fatto educativo", ossia sulla distanza che intercorre tra un atteggiamento che nel soggetto genera malessere e il processo di conoscenza, educazione, cambiamento, necessario ad apprendere e mettere in pratica un nuovo atteggiamento capace di generare benessere.

Si tratta di un approccio che osserva e favorisce lo sviluppo globale della persona: intesa come corpo fisico, intellettuale, morale, spirituale, attraverso lo sviluppo delle sue capacità relazionali, comunicative, strategiche, interpersonali, coinvolgendo l'universo affettivo che lo conosce e lo educa e utilizzando le sue risorse giacenti affinché ogni eventuale ostacolo si trasformi a sua volta in una risorsa.

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giovedì 28 luglio 2016

Dopo il primo articolo che ha inaugurato questo blog introducendo il concetto di soccorso genitoriale (vedi qui), ritengo fondamentale dedicare una prima riflessione ad un argomento principe che sostanzia e caratterizza il mio intervento: la famiglia come strumento di cambiamento capace di risolvere un'infinità di inciampi in cui uno dei suoi membri, sia esso bambino, adolescente, giovane adulto, può incappare.

L'esperienza clinica ci restituisce, infatti (inequivocabilmente) come la gran parte delle problematiche non organicamente determinate che segnano la vita di coloro che amiamo (figli in testa), come pure la maggior parte delle problematiche che accentuano le difficoltà di coloro che, invece, vivono un disagio di origine organica, se non sono direttamente causati dalle dinamiche della famiglia, possono trovare, nella famiglia, la loro cura -o almeno un loro deciso e benefico ridimensionamento.

Per questo, nessun intervento di cura può, a mio avviso, escludere l'attivazione di un qualche tipo di relazione altrettanto curativa con la famiglia del soggetto in disagio -tanto più, quanto più il soggetto in disagio ne è dipendente: fisicamente, emotivamente, economicamente.

Eppure... eppure, per tanti (troppi) professionisti dell'aiuto alla persona, la famiglia sembra essere un intralcio, cosa intoccabile, un problema in più che deve restare fuori dalla stanza in cui terapeuta e soggetto in difficoltà cercano di ripristinare il benessere perduto.

Quante volte, ricevendo in prima seduta una famiglia, mi sono trovato ad ascoltare la faticosa storia di persone che, dopo anni di travagli terapeutici (per altro senza aver risolto alcunché), non sapevano a quali "stregonerie" era stato sottoposto l'amato.


"E in questi anni di terapia, come è stato affrontato il problema?" domanda per me fondamentale, tanto più se il problema non è stato risolto.

I due, mediamente padre e madre, si guardano perplessi: "Sinceramente non sappiamo. Sa noi aspettavamo fuori.".

Quel "fuori" è la sala d'attesa, una specie di camera stagna che separa la terapia dal mondo vero e proprio, quel mondo dove il genitore attende impaziente che qualche miracolo di guarigione accada, senza sapere se ci sono cose che può fare per aiutare il processo di cura e, soprattutto, se ci sono cose che non dovrebbe fare.

Ma non c'è benessere che possa essere ripristinato lavorando solo col soggetto in disagio, tanto più quanto più egli è inestricabilmente con-fuso con la famiglia, come nel caso di un minore, perché, in tutti questi casi, il soggetto non è che il sintomo di un malessere che origina altrove: e il più delle volte nelle dinamiche della famiglia, appunto.

E non perché la famiglia (papà e mamma, nonni, zii, marito, moglie, amante, eccetera) debbano essere colpevolizzati. Anzi, il primo intervento dovrebbe consistere -non a caso- nel mondare la famiglia da qualsivoglia colpa, che non solo il più delle volte davvero non c'è, ma non è in nessun modo solutiva.

Non colpevolizzare la famiglia, dunque, ma responsabilizzarla sì, cosa che purtroppo non avviene se questa finisce per restare fuori dalla porta del terapeuta, ignara di ciò che accade là dentro. Anzi, ogni forma di deresponsabilizzazione rischia, invece, di acutizzare il malessere del soggetto perché lo isola, lo incorona quale unico responsabile, in assenza di una responsabilizzazione condivisa -che è già principio di cura. quel mal che diventa comune e si fa mezzo gaudio....

Coinvolgere la famiglia significa, invece, renderla partecipe non solo di ciò che succede dal punto di vista delle strategie adottate (aspetto che mi pare quantomeno eticamente doveroso), ma anche di ciò che la stessa può e deve fare per aumentare l'incidenza e l'efficacia della cura, moltiplicando così i punti di vista e le occasioni che possono contribuire al successo dell'intervento.


Per questo ogni nostro intervento su bambini, adolescenti, giovani adulti coinvolge direttamente la famiglia, anzi: è talmente centrato sulla famiglia come risorsa che, in alcuni casi, interagiamo esclusivamente con i genitori, con apposite tecniche di intervento educativo indiretto che questi utilizzeranno poi nel loro contesto famigliare -così da evitare anche qualsiasi etichettamento del soggetto.

Disagi come quelli legati ai comportamenti disadattivi, alle difficoltà di relazione, agli atteggiamenti oppositivi-provocatorii, ai mutismi elettivi, all'evitamento, ai conflitti (coi genitori, con gli insegnanti, tra allievi), all'ansia da prestazione, alle varie difficoltà scolastiche, ai tic o disordini del movimento, alle fobie sociali, alla disistima, ai disturbi da isolamento, ai fenomeni di addiction di varia natura (internet, pornografia, sostanze psicotrope)... In tutti questi e altri casi (il cui elenco potete leggere qui) l'intervento con il bambino o con l'adolescente può non essere necessario, quantomeno in un primo momento, e può invece rivelarsi altamente produttivo un intervento indiretto con la famiglia.

Si tratta di un concetto di intervento che parte dall'importanza che l'Altro, e soprattutto quell'Altro che riveste un'importanza affettiva per il soggetto in disagio, può diventare, se adeguatamente accompagnato, estremamente efficace attraverso precisi home-work e strategie condivise che creano un condizione educativa coinvolgente che si estende a tutte le attività che il soggetto svolge fuori dallo studio, ovvero nell'unico luogo dove l'intervento deve davvero dimostrare la sua efficacia.

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